domenica 23 settembre 2018
SPIRITUALITA'
“Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”
“ Quante volte tu hai detto di credere soltanto a quello che vedi coi tuoi occhi e tocchi con le tue mani e non hai forse pensato mai che le più grandi realtà sono spesso quelle che non si vedono e non si toccano.
Hai mai veduto con i tuoi occhi il pensiero? Lo hai mai toccato con le tue mani? Mai. Eppure esiste.
Tutto ciò che c’è di grande nella storia dell’uomo, fu fatto dal pensiero. Non c’è opera che prima di essere eseguita non sia stata pensata. Non c’è edificio, non c’è macchina, non c’è sinfonia, né poema, né dipinto, che non sia nato dal pensiero. Come dunque si può dichiarare di credere solo a ciò che si vede?
Tu credi alla giustizia, soffri e lotti per essa e per essa saresti forse pronto a sacrificarti…Ma l’hai forse veduta qualche volta, la giustizia? Che essere è? Che forma, che colore, che aspetto, che misura ha? Domande assurde. Gli occhi tuoi non videro, né mai vedranno la giustizia. Tuttavia essa è qualcosa. Se no, perché l’invochi? Perché lotti e soffri per essa? E la libertà, l’hai mai vista? Quanta gente vive e muore per essa! Mai veduta, sempre amata.
Le cose più grandi e care, dunque, sono spesso tenebre e silenzio per i sensi.
Se tu pretendi il segno esteriore per credere(Dio!Dio!Dio! Se Lo vedessi!...Dov’è questo Dio?) vuol dire che in te è opaco l’intelletto e il cuore è sordo. Se tu condizioni la tua fede alle tue prove, vuol dire che tu credi soltanto in te e ai tuoi sensi. Il tuo io proietta la sua lunga ombra sullo specchio della tua anima, impedendo il riflesso del Cielo e la sensualità copre col suo strepito, la voce del tuo cuore.
Se non farai tacere un po’ i tuoi sensi e non metterai un po’ da parte te stesso, non arriverai mai a credere.
Allora neppure il miracolo ti condurrà alla fede. Perché i tuoi occhi vedranno, sì, qualcosa, le tue mani toccheranno, sì, qualcosa; ma la tua anima sorda e bendata non scorgerà Alcuno. Il tuo spirito occupato da te, non potrà comprendere un Altro. Capire è ricevere, per ricevere bisogna far posto.
Gli egoisti e gli orgogliosi non potranno né credere, né amare: nella loro casa non c’è posto per nessun altro.
L’amore conduce alla fede e la fede all’amore, perché l’uno e l’altra ci portano fuori di noi stessi. Se rimani sempre chiuso fra le pareti dei tuoi sensi e presso il focolare della tua ragione, ti formerai il pregiudizio che al di là della tua casa non ci sia nient’altro e uscirne ti sembrerà come cadere nel nulla.
Ma se per un momento dimenticherai te stesso e coraggiosamente ti lancerai fuori, scoprirai un mondo nuovo, t’accorgerai che non è tutto al di qua del tuo muro, ma tutto è al di là. Avvertirai che le tue pareti non sono i confini della realtà, ne sono bensì la limitazione. La tua ragione non sa dirti più nulla oltre quel limite. Essa ti accompagna alla porta d’uscita della tua casa, ma non ha la chiave per aprirla. Né saprebbe, del resto, guidarti oltre; attaccata com’è alla vita domestica, essa ignora tutto quello che c’è di fuori. Se ne chiedi qualche notizia, esita, fa qualche supposizione, immagina, ma non sa. Non conosce infatti la Verità, ma soltanto poche cose vere; non conosce la Bontà, ma soltanto qualche cosa buona; non la Giustizia, ma solo poche cose giuste; non l’Infinito, ma solo alcune grandezze; non L’Eterno, ma solo il tempo.
Se vuoi andare oltre, devi affidarti alla Fede, la sola che abbia la chiave della tua casa. In sua compagnia tu potrai varcare la soglia verso un’esistenza più libera, più vasta, più profonda, dove né l’occhio può vedere, né la ragione può mai bastare, ma dove tu avrai finalmente una certezza e avvertirai l’Eterna Presenza.
(Giovanni Albanese)
(Carlo)
martedì 4 settembre 2018
SPIRITUALITA'
NON PIANGERE (Lc 7,13)-
“Non piangere….soltanto credi. Lascia il pianto per chi non ha la Fede, perché ha rifiutato la Verità e vive nel dubbio; perché cerca il piacere e trova l’amarezza; perché cerca la pace e trova la lotta; perché insegue il suo sogno e non lo raggiunge mai; perché è avido di ricchezze e non è mai pago, o più ne possiede e più teme di perderle. Lascia il pianto a chi non sa perché è nato, né perché soffre, né perché vive, a chi cammina verso la morte senza ritorno, senza speranza nell’aldilà. Se non vuoi piangere più, credi.
La Fede ti asciugherà le lacrime, solo la Fede. E perciò è vero che solo la Fede può consolare chi soffre. Solo la Fede è rimedio al dolore. Quando tutti tacciono, quando ogni conforto è vano per te che piangi, solo la Fede può levarsi in piedi e venirti accanto per dirti la sua parola, l’unica che ti salva dalla disperazione.
Il dolore ti fa conoscere l’impotenza umana, la Fede ti rivela l’onnipotenza divina; il dolore ti fa toccare la limitatezza umana, la Fede ti fa vedere l’immensità divina; il dolore ti fa sentire la miseria umana, la Fede ti fa scoprire la ricchezza divina.
Senza una fede non si può agire. Il contadino non seminerebbe se non avesse fede che il seme germinerà; tu non partiresti mai se non avessi fede di arrivare; nessuno cercherebbe mai se non avesse fede di trovare.
Senza fede non si può agire, senza fede non si può vivere. E tutti ce l’hanno una fede, anche chi si dice ateo. Non crederà in Dio, ma in qualche idolo crederà. Sarà un idolo di carne, sarà un idolo d’oro, sarà se stesso, sarà una donna…Ma in qualcuno o in qualcosa crederà. L’uomo vive di assoluto e se rifiuta l’Assoluto, assolutizza il relativo; se respinge il Creatore, divinizza la creatura. Non esistono dunque credenti e atei, ma fedeli e idolatri. O adoratori di Dio, o adoratori di uomini e di cose; o amanti della grandezza divina o amanti delle meschinità umane; o servi del Creatore, o cortigiani di un fantoccio; o seguaci della Verità, o schiavi delle ombre.
Ma, assolutamente senza fede non si può vivere. Perché ogni giorno di vita, è una spinta verso l’ignoto.
Per cui, o ti fidi di qualcuno che assumi come guida e ti lasci condurre da lui per mano, o non ti fidi di nessuno e allora avanzare è assurdo. Non potrai fare un solo passo. Senza un minimo di speranza non si parte. Senza guida non si va avanti. O crederai in Cristo o crederai in un uomo. Ma ogni uomo, anche se t’ama, anche se è un genio, t’abbandona perché muore; Cristo invece è risorto e vive per non più morire. Chiunque altro che non sia Dio, è sempre relativo e limitato, perciò la delusione, l’amarezza, il pianto.
Se non vuoi piangere, dunque credi. Se hai la Fede di che piangerai? Della povertà? C’è la Provvidenza. Delle avversità? Dio combatte con te. Delle ingratitudini? Dio ti ripagherà. Della solitudine? Dio è accanto a te. Delle umiliazioni? Dio ti esalterà. Delle persecuzioni? Dio ti salverà. Dei tuoi scomparsi? Dio te li ridonerà. Del tuo passato? Dio lo cancellerà. Del tuo avvenire? Dio lo preparerà. Della tua morte? Dio ti risusciterà.”
(Giovanni Albanese)
(Carlo)
SPIRITUALITA'
“MOLTI SONO I CHIAMATI, POCHI GLI ELETTI” (Mt 20,16)
“Tu pensi a volte di essere uno sconosciuto, un dimenticato, quasi un essere inutile, non degno di considerazione né di attenzione. Ti sbagli. C’è sempre Qualcuno che ti conosce, che sa il tuo nome, che ti chiama, che ti ha sempre chiamato. Quando tu non eri, Egli pensava a te. Non brillavano ancora le stelle in cielo, né il sole irradiava la terra e tu eri già nella Sua mente; ti vide nel Suo pensiero come un artista contempla nel suo spirito l’opera sua. Ti vide e ti chiamò. Così arrivasti all’esistenza. Se non ti avesse chiamato, tu non saresti. La tua esistenza è dunque una chiamata, una vocazione. Da allora quella voce continua a chiamarti, ti ha chiamato dalla potestà delle tenebre al regno della Fede, ti ha chiamato dal dominio della morte al possesso della vita. Ti chiama ogni giorno a una vita più pura, più onesta, più degna di te, più degna di essere vissuta: ti chiama dal regno della bestia a quello della giustizia. Tutti i giorni quella voce ti chiama a salire un gradino più in alto, verso il bene, verso la verità e verso l’amore. Non la senti?
No, non vuoi sentirla perché non vuoi salire. Perché costa salire. Ma ciò che non costa non vale.
Tu ti scusi dicendo di non avere le forza sufficiente; ma sai che è un pretesto, perché comprendi che se qualcuno ti invita a salire, vorrà certo aiutarti a salire. Ti schermisci dicendo di non essere degno, ma tu sai che è una scusa perché comprendi che della indegnità deve preoccuparsi chi invita e non chi è invitato.
Ti esimi dicendo che occorre pensarci bene, ma sai di mentire perché invece non vuoi pensarci più. Tu esiti promettendo: domani, ma sai di non essere sincero, perché quella non è una promessa ma una evasione.
Ti ritrai temendo della tua incostanza, ma sai che è una finta perché capisci che l’avvenire avanza di un giorno alla volta e che la fedeltà si costruisce di ora in ora.
Non c’è dunque che una sola ragione della tua renitenza a salire: non vuoi. Ma la voce continua a chiamare.
In un avvenimento grave o leggero, in un esempio buono o cattivo, in uno sguardo puro o bieco, nella decisione di un atto o nel richiamo di una parola, in un istante di gioia o nell’ora del dolore, nel consiglio di un amico o nell’invocazione di un fratello…in ogni occasione, in ogni circostanza, sempre echeggia dolce e profonda entro di te, la grande chiamata a un bene maggiore. Non l’odi? Eppure essa grida e ripete il tuo nome e supplica e geme e insiste e promette e scuote e rimprovera e tuona…Non avverti più nulla? Ahimè!
Tante volte hai fatto il sordo, che lo sei diventato davvero. Hai preferito i rumori del mondo, hai preferito il suono delle monete, hai preferito il sussurro della tentazione, il canto delle feste, il frastuono dei traffici, la retorica delle adulazioni, il crepitare degli applausi, tutto hai voluto ascoltare, tutto hai voluto accogliere, tranne l’unica voce, tranne l’unico invito che contava accettare. E ora, nonostante tant’anni di vita, ti ritrovi ai piedi della scala, vile, pezzente e sudicio come nascesti. Perciò disse Gesù: “Molti sono i chiamati, pochi gli eletti” Ma chiunque tu sia, dovunque tu sia, finché sei vivo, quella Voce ti chiama. Volgiti, ascoltala.
Sarai eletto, sarai salvo, sarai Santo…Se vuoi.”
(Giovanni Albanese)
(Carlo)
lunedì 3 settembre 2018
SPIRITUALITA'
“SON VENUTO A PORTARE IL FUOCO” (Lc 12,49)-
“Il Cristianesimo è la religione dell’entusiasmo. Forse non ci avevi mai pensato, non lo avresti creduto, ma è così. Per l’entusiasmo occorrono due cose: un grande ideale e un grande cuore.
Il Cristianesimo possiede il più grande ideale: la conquista della felicità, della giustizia, della sapienza, della perfezione, della immortalità.
Tutto ciò di cui tu hai sete profonda e irresistibile. Occorre un grande cuore. Se lo trova, lo travolge e se non lo trova, lo forgia. La fede non è un lusso, né un’occupazione per pensionati; non è un sistema di allevamento di colli torti o di bigotti decrepiti; non è un giardino d’infanzia o un ricovero di vecchi, né il rifugio di falliti, di invertebrati, di rinunciatari. Disilluditi. Il Cristianesimo è l’unico sistema per rinnovare la giovinezza, il quale fin’ora abbia avuto successo. E’ una scuola militare, è una carriera dura ma splendida.
Ti si insegna la fede nell’invisibile, la speranza dell’impossibile, l’amore dell’inafferrabile. Ti si insegna l’autodisciplina senza costrizione, l’arte del comando a se stessi senza ossessione, l’arte della conquista senza rapina, e non di terre né di mari né di bottino, ma del cuore umano. Ti si insegna un’atletica dello spirito per vincere la sclerosi intellettuale e per curare il reumatismo o la tisi morale.
E’ una scuola di entusiasmo. Non troverai mai un Santo malinconico, pessimista, rinunciatario, sfiduciato; mai un Santo che si dichiari fallito, triste, disfatto. Se ha fatto delle rinunce, non le ha fatte per meschinità, ma per magnanimità; si è spogliato dei cenci, ma per vestirsi di porpora; sembra un vinto ma è un vincitore; si è distaccato, ma per essere libero; sembra un miserabile e invece è un signore. Si fa povero, non per amore della miseria, ma per acquistare una più grande ricchezza; obbedisce non per animo servile ma per dominare finanche se stesso. E’ casto non per insensibilità, ma per insaziabilità: l’amore di una creatura umana non colma il suo cuore. C’è più amore in una cella di carmelitana scalza che in una sala da ballo o in un tabarin; come ci fu più gioia nel cuore di Teresa di Lisieux che nel cuore angosciato di Gabriele D’Annunzio. E’ più libero un povero frate che non un capo di Stato; come vi è più sete di conquista nell’animo di un missionario che non nell’ambizione di un avventuriero.
Quando quella fiamma si accende nel cuore di un uomo, non c’è più requie: è una fede impaziente. L’avversità non lo scoraggia ma lo provoca. Se incontra un ostacolo, lo salta e se non può, l’aggira. Ma non si ferma. La sua marcia è in equilibrio sopra gli abissi: vivere nel mondo senza essere del mondo; evitare la presunzione senza cadere nella disperazione; non preoccuparsi del pane quotidiano e cercarlo ogni giorno instancabilmente; essere prudenti come serpenti e semplici come colombe; piangere le proprie colpe e vivere in perfetta letizia. Sempre in cammino, sospinto dall’ideale, fra pericoli naturali e violenze umane, pericoli di folle e pericoli di solitudine, pericoli di nemici e di falsi amici, fra le insidie della vanità e gli agguati delle passioni, tra i flutti della maldicenza e i rovesci dell’ingratitudine.
Ma le sue fiaccole sono fiaccole di fuoco e le acque del mare non valgono a spegnere il suo amore.
Nulla può fermarlo più, neppure la morte che anzi gli presta le ali per l’ultimo balzo.
Quando il mondo vide comparire tali conquistatori, li derise, ma la Storia s’accorse subito che erano ormai giunti i suoi padroni.”
(Giovanni Albanese)
(Carlo)
sabato 25 agosto 2018
SPIRITUALITA'
VI FARO’ PESCATORI DI UOMINI (Mc 1,17)-
“Tutti siamo pescatori. Importante è sapere cosa si pesca.
Moltissimi vanno a pesca di danaro. Tutti i giorni, tutti i momenti, non pensano che a questo, non vivono che per questo. Non si preoccupano d’altro che di cogliere ogni nuova occasione per pescare. E tutta la vita la consumano così, impegnati di giorno e di notte in questo lavoro da schiavi, sempre agitati dalle vicende del mercato, sbattuti dai flutti della concorrenza, minacciati dalle improvvise procelle economiche, finché un’ultima tempesta non fracassi loro la nave, ingoiando tutto in un istante.
E c’è chi pesca nel torbido per arrivare a un posto, a una poltrona, a un nome, con ogni mezzo, con ogni industria; e quando finalmente è arrivato a sistemarsi, magari in prima fila, si sente dietro la voce del custode che gli grida all’improvviso: “Si esce, lo spettacolo è finito.”
C’è chi pesca nella palude, nel fango, per diletto e muore invece di noia e di tristezza.
C’è anche chi pesca uomini, per farsene dei servi o per portarli al mercato o al macello.
Ma c’è ancora chi pesca gli uomini dal mare della storia, per trasferirli nella vita eterna. Tu cosa peschi? Fango? Sabbia? Gusci vuoti? Molluschi, spine, rancori, invidie, delusioni? Dà retta a me: lascia le tue reti, scendi dalla tua barca che fa acqua da tutte le parti e vieni a pescare anime.
Non vi è professione più nobile, non vi è carriera più alta, non vi è lavoro più necessario. E’ giusto e doveroso procurare del pane a chi ha fame, dare un letto a chi non ne ha, dare lavoro a chi lo cerca, alleviare il dolore di chi soffre, curare gli ammalati, erudire gli incolti, proteggere i deboli e gli umili, governare uno Stato, provvedere alle leggi, amministrare la giustizia, perché tutto questo è indispensabile alla vita. Ma è ancor più grande e più necessario, dare un significato e un valore alla stessa vita degli uomini. Molti non sanno perché sono nati, né perché vivano. E così perdono ogni valore anche la casa, la famiglia, il pane, il lavoro, la salute, la società, la cultura, le leggi e la giustizia.
Se la vita umana non ha un perché, tutto è svalutato e gli uomini vanno alla deriva. Questa palude umana, è diventata un’immensa selva di braccia che invocano una salvezza. Questo ti chiedono gli uomini, tutti gli uomini; forse inconsapevolmente, forse tacitamente, ma insistentemente, con tutto lo spasimo di una sete insopprimibile e inesauribile. E tu non puoi stare a guardare dalla finestra, mentre la gente si ammazza per le strade, mentre qualcuno scompare nella botola dell’errore, mentre il tuo prossimo viene adescato con tutte le seduzioni, mentre il tuo fratello viene spinto alla strage, mentre la gioventù viene drogata con l’oppio della corruzione, mentre l’infanzia viene contaminata con la lebbra dello scandalo e del vizio.
Non puoi stare a guardare dalla finestra mentre la casa brucia; non puoi startene a giocare a canasta mentre delle povere creature sono in preda alle fiamme; non puoi startene a godere il tuo focolare quando qualcuno batte i denti dal freddo alla tua porta; non puoi continuare ad architettare nel tuo studio, quando fuori chiedono soccorso.
Getta via dunque, queste tue reti vecchie e logore, cessa di baloccarti con questi gusci vuoti e conchiglie ritorte, basta con gli indugi fra le tiepide sabbie, basta con le cure di sole. Lànciati nel mare, in questo grande mare dell’umanità. Tra i flutti degli errori e gli scogli degli odi, fra le ondate della violenza e i vortici del vizio, c’è gente che annega e ti chiama. Con la rete della fede, con l’esca della speranza, con l’amo della carità, pescherai gli uomini per la vita eterna.”
(Giovanni Albanese)
(Carlo)
martedì 7 agosto 2018
SPIRITUALITA'
LA NOSTRA CRESCITA NEL CRISTO-
La “Promessa legionaria” continua: “Così che Cristo mio Signore possa ugualmente crescere in me per opera Tua…così che io con Lei, Sua Madre, possa darLo al mondo e alle anime che di Lui hanno bisogno.”
Il costante lavoro di purificazione, tende a favorire la nostra crescita progressiva in Gesù Cristo. Sotto l’impulso dello Spirito, siamo trasformati, ad imitazione dell’unico modello nostro Signore. In Lui infatti va a finire l’opera dello Spirito Santo per mezzo di Maria. Quale felice sorpresa sarà per il Legionario scoprire un giorno in sé stesso questo lento lavorio della grazia compiutosi nel segreto! Così che, come dice il Vangelo, avendo dato l’anima sua per il bene dei fratelli, egli l’avrà ritrovata. La crescita di Gesù in lui, fino alla sua statura perfetta, sarà l’inestimabile premio della sua abnegazione apostolica. L’esperienza dimostra che il mezzo più sicuro di preservare e nutrire la fede, è di annunziarla agli altri.
Ci si stupisce che tanti cristiani contemporanei non sappiano resistere alla bufera e che basti un semplice cambiamento di ambiente, per sradicare ogni pratica religiosa. Questi rinnegati di oggi, li chiamavamo ieri “buoni cristiani”. Parliamoci chiaro: si potevano veramente considerare come membri del Cristo? Può un cattolico limitarsi a”custodire la fede” come un tesoro nascosto sotterra? Che significa un Vangelo che non viene più propagato come una buona novella, un messaggio che non è più trasmesso, un fuoco che non brucia e una lingua muta? Eppure questo è il comportamento del “buon cattolico” che nasconde la lucerna sotto il moggio.
Ci siamo rassegnati a vedere le masse apostatare ed abbiamo perfino elaborato una comoda filosofia di non intervento. Esistono autori pronti ad attenuare o a contornare i testi del Vangelo che parlano di gridare la verità sui tetti e ci vedono una mancanza di tatto, anzi qualcosa di più, una intollerabile intrusione nel dominio della libera coscienza. Si arriva perfino a dire che l’unica predicazione adatta ai nostri tempi (così gelosi di indipendenza e di autonomia) è quella dell’esempio e dell’esempio più discreto. Ogni proselitismo è tacciato come di una ingerenza e un abuso. Ci si assicura che la missione della Chiesa non è di convertire il mondo, ma di rendere la vita cristiana possibile e desiderabile per ogni uomo e ciò sotto lo specioso pretesto che l’ordine di “convertire” gli uomini, non si troverebbe tra le consegne missionarie del Cristo.
Oh, gridiamolo ben alto: simili teorie sono una sfida alla verità! Nostro Signore ha fondato la Sua predicazione sulla necessità di quel cambiamento radicale, di quella rinnovazione totale dell’anima che aveva già richiesto il Precursore con l’unica parola di penitenza: “Pentitevi, convertitevi”. Così avevano fatto i Profeti ispirati da Dio. Così han fatto gli Apostoli per ordine espresso del Maestro:”Andate, istruite tutte le Nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Chi oserebbe dire che il Battesimo non implica il rinnovamento interiore, tanto con la penitenza e la rinunzia a satana, quanto con la totale adesione dell’anima a Dio?
La nostra epoca è caratterizzata dalla paura delle responsabilità. Vale a dire che è profondamente scristianizzata. Per questo la Legione chiede allo Spirito di poterLo portare al mondo angosciato, alle anime in pericolo, poiché non v’è maggior male sulla terra di quello di non ricevere il Salvatore.
Il Cielo non è l’al di là della morte, ma l’al di là del Battesimo. Nelle acque battesimali siamo passati dalla morte alla vita, dalla morte del peccato alla vita eterna. Siamo in cammino verso la Casa del Padre, non facciamo che attraversare questa contrada terrestre e accamparvici per la notte. Il Padre ci attende per riempirci della Sua gioia e del Suo Amore. Quando, nell’ultima tappa, cadremo tra le Sue braccia, comprenderemo che nessun sacrificio poteva pagare troppo caro l’incontro che si compie in un eterno “Magnificat”.
da:"Teologia dell'apostolato" del Card. Suenens
(Carlo)
martedì 22 maggio 2018
ATTUALITA'
IL PENSIERO FILOSOFICO DI RATZINGER E DEL CONCILIO VATICANO II-
I Dogmi posseggono la caratteristica di essere immutabili e immodificabili e appunto per essere così “rigidi” il Concilio Vaticano II ha ritenuto non essere più proponibili ad un popolo moderno per il loro contenuto obbligante. I nemici della Chiesa sostengono che tali Dogmi siano forzature dovute al Magistero della Chiesa e non derivino dagli insegnamenti della Sacra Scrittura. Ma ad un occhio attento non può sfuggire che tutto ciò proviene dal Vecchio Testamento e dagli insegnamenti di nostro Signore. Infatti tale insegnamento è denso di comandamenti : “Chi mi ama, osserva i Miei comandamenti:”(Gv 14).
Il Concilio ritiene che se questi comandamenti perdessero la loro caratteristica di immutabilità, perderebbero il loro carattere obbligante. Però la Chiesa si è espressa sempre per comandamenti e Dogmi, fino al Concilio Vaticano II e questo perché ha considerato che tra la libertà del divenire e i comandamenti vi sia un rapporto di contraddizione; non è possibile affermare e negare allo stesso tempo. Del resto è proprio questa l’ambiguità del modernismo che pretende di conciliare due opposti, onde tenere insieme due principi tra loro contraddittori. Se la libertà del divenire deve essere totale, non può sottostare ad alcun comandamento, ecco quindi il modernismo che ha la necessità di sbarazzarsi dai vincoli dei comandamenti e si sforza, non riuscendoci, di far convivere questi ultimi con l’assoluta libertà del divenire.
Il nome più illustre di tale tentativo è proprio Joseph Ratzinger che da teologo del Concilio Vaticano II, ha procurato questo escamotage sostituendo al Magistero dogmatico un Magistero esclusivamente pastorale che manca della caratteristica di essere definitorio. Inoltre egli sostiene che la fede sia inseparabile dal dubbio perché ad essa legata e ne consegue che la fede sia un sistema composto di sole proposizioni ipotetiche, ossia di ipotesi. L’ipotesi, per sua natura, è sempre aperta a nuovi incrementi ovvero a smentite; quindi è sempre incerta! La proposta di Ratzinger è quindi quella di conservare la fede come ipotesi, ma questa considerazione la si trova già nel pensiero del filosofo Karl Popper il quale, proseguendo il filone kantiano, insegna che nella società aperta, il solo criterio di verità è la sua falsificazione. Secondo lui una proposizione che non possa essere falsificata, ossia esposta ad incrementi o a smentite, è un assurdo. In questo modo si apre la via al concetto che il falso dia la prova del vero! Se questo concetto si rapporta all’esistenza di Dio,per esempio, e quindi l’affermazione e la negazione risultano impossibili, non c’è altra via che, per credenti e non credenti, accettare l’dea di nuove acquisizioni o smentite, coltivando inevitabilmente il dubbio. Pertanto l’ipotesi, non includendo mai l’intero, si espone a ogni cambiamento.
Una delle conseguenze di questa filosofia è che il dubbio non è concepito come una tentazione a cui è necessario resistere, ma è considerato come una prova di autenticità della fede. Se per Popper è il falso che fornisce la prova del vero, per Ratzinger questa funzione è riferita al dubbio. Solo chi dubita possiede una fede vera; da qui nasce l’insopportabile retorica della Chiesa in uscita, della ricerca, del dinamismo della fede! Pertanto l’unica certezza nella proposta analizzata, è l’impossibilità di asserire e di negare e questa è la sola verità assoluta, secondo simili filosofi. E se si accetta che le sole proposizioni ammissibili siano quelle ipotetiche, ne risulta che la nostra fede Cattolica NON SARA’ MAI DEFINITIVA e sarà soggetta ad un processo che mancherà della certezza della fede richiesta da nostro Signore; le ipotesi non contengono la certezza ma solo la possibilità. E’ per questo che certa teologia, accettando simili teorie, è necessariamente ambigua.
Ma perché Ratzinger propone il dubbio invece di confermare i fratelli nella fede? E’ possibile comprenderlo solo se si ammette (come credeva il filosofo Kant) che la verità non è conoscibile da parte dell’uomo e si accetta la libertà del divenire. Questa pessimistica visione della vita non intravvede nemmeno nella storia le tracce di quella verità trasmessaci da Gesù Cristo, perché la storia stessa viene vista come la somma stratificata delle proposizioni ipotetiche e quindi delle opinioni umane. Questo è quel relativismo denunciato a parole ma sostenuto nei fatti! E così vengono accettati i Sacerdoti sposati anglicani, come anche i nostri in castità; la nuova Messa è valida come quella di S.Pio V; il Concilio Vaticano II è in continuità col Concilio Vaticano I etc. Ma se c’è questa inviolabile libertà del divenire, allora Lutero, i Catari, gli Indù, l’animismo africano, i riti voodoo, essendo libere situazioni storiche, non sarebbero negazioni di una inconoscibile verità, ma apparterebbero al patrimonio della sola verità conoscibile, quella storica. Ed è qui, come insegna il Vaticano II, che Dio avrebbe lasciato i segni della Sua Presenza attraverso i “Semina verbi” comuni al mondo profano. In ogni religione vi sono segni della Verità. Come già detto, in questa filosofia oltre la storia non si conosce nulla e se ne deduce che nessuno possa oltrepassare la storia (quanto materialismo!) e per questo chi pensa di poter parlare all’uomo moderno con proposizioni immutabili e immodificabili, compie semplicemente un atto di violenza. Inoltre, secondo tale filosofia, bandire tutte le proposizioni immutabili (i Dogmi), significa bandire la stessa forma della Verità, dal momento che la Verità
PRECEDE l’essere e lo determina , ma NON LO SEGUE.
Purtroppo Ratzinger segue questa filosofia kantiana e per lui, come per il filosofo Kant, la verità non è conoscibile nemmeno per Divina Rivelazione! Anche nel modernismo in cui lui viene annoverato, esiste una frangia ultraprogressista che pretende di essere nella sua forma immutabile, portatrice della verità, smaniosa quindi di determinare l’essere e non di seguirlo. Ma tutto ciò è sottoposto al principio di non contraddizione e non consente di essere ignorato. Inoltre: “le porte degli inferi non prevarranno.” (Mt 16-18)
(Elaborazione da Si si- no no) (Carlo)
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