domenica 26 gennaio 2020

SPIRITUALITA'


JUAN DE LOS ANGELES  (predicatore francescano spagnolo +1609)
Schiavitù mariana
Maria prima schiava di Dio

“Da dove viene tanto onore ad un titolo così infame per le leggi del mondo?
Dalla Vergine medesima e dal Suo Santissimo Figlio. Ella si attribuì questo titolo quando il Verbo divino si impossessò del Suo cuore e si lanciò nelle Sue viscere, facendosi Suo Figlio. Ella ha accettato che alla maternità, la quale dice rispetto infinito, andasse unito questo titolo che significa tanta umiltà e proclama sottomissione. “Ecco la serva del Signore” (Lc 1,38). Appena la Vergine umilissima ebbe pronunciate queste parole, lo Spirito Santo operò l’altissimo Mistero dell’Incarnazione. O cosa grande! Fu schiava, prima di essere Madre? Fortunatamente, perché non sarebbe diventata Madre se non si fosse confessata schiava; infatti è l’umiltà della Vergine piena di Fede, che ha concepito il Verbo divino. Ella attenua, con questa schiavitù, la sovranità e l’elevatezza della maternità divina. Quale altezza essere la Madre di Dio! E quale bassezza, essere la schiava di Dio. Che Donna equilibrata, se il massimo onore che Dio poteva darLe dal Cielo, non è bastato ad innalzarla dalla terra. In quanto Madre, infatti, non se ne trova nessuna superiore alla Madre di Dio; ed è a tal punto schiava, proprio perché Madre, senza che il titolo di Schiava del Signore, possa mettere a repentaglio la suprema dignità di Madre del Creatore. Piuttosto, mise al sicuro il grande dono ricevuto; custodì tanta ricchezza e racchiuse in un piccolo spazio, Colui che i cieli non possono contenere.”

Cristo schiavo, perché Figlio della schiava

“Non sorprende che la Vergine abbia detto:”sono la serva del Signore”, dal momento che anche il Suo Santissimo Figlio fa la stessa dichiarazione per mezzo del Suo Santo Profeta:” Io sono il Tuo servo, sono il Tuo servo e Figlio della Tua serva” (Sal 115,16) e lo ripete due volte, per manifestare il piacere di esserlo; e in molti altri passi della Scrittura si attribuisce questo titolo. “Lui che avendo forma di Dio, non reputò una usurpazione l’essere uguale a Dio; e tuttavia annientò Sé stesso, prendendo forma di schiavo” (Fil 2,6-7).
Non disse: Eterno Padre, Io sono il Tuo servo (in quanto uomo) e Figlio della Tua Sposa e Figlia, bensì della Tua schiava, al fine di patrocinare questo titolo e per onorare gli schiavi. Questo nome significa schiavitù, sottomissione, obbedienza, disponibilità, dono del proprio volere, rinuncia a tutto l’uomo e annientamento completo di tutte le cose. Le opere dello schiavo e tutte le sue azioni, sono del padrone, come lo è la sua persona: tutto appartiene a colui che lo ha comperato. Ma chi è del Padre Eterno, quanto lo è Cristo? “Io vivo per il Padre” (Gv 6,58); indirizzo tutta la Mia vita al Padre perché sono Suo”. E in un altro passo dice:”La Mia dottrina non è Mia, ma di Colui che Mi ha mandato.”(Gv 7,16) il quale non è altro che il Mio Padre Celeste.
E S.Agostino commenta:”Che cosa è tanto Tuo, quanto Tu stesso? E che cosa è tanto meno Tuo, quanto Tu stesso, se ciò che Tu sei è di un altro?” Nulla è così Mio quanto Me; né meno Mio di Me, se l’Essere che ho e ciò che sono lo posseggo, e sono per un altro.”
Cristo, in quanto Dio e in quanto Uomo, è tutto del Padre. Per quanto concerne la Sua umanità, si proclama Suo schiavo: “Io sono Tuo servo e Figlio della tua serva.” Per questo motivo e per conformarsi al Figlio, anche la Madre si definisce schiava; e fortunatamente Egli così volle, per potersi chiamare con questo nome; e mandò il Suo Profeta, affinché dicesse che lo era e lo confermasse anche sua Madre, dal momento che i figli seguono la condizione delle madri: sono schiavi se quelle sono schiave, anche se i padri sono liberi. Maria, schiava di Dio, che hai reso schiavo il mio Liberatore! Colui che era in condizione divina e che era Dio, non per usurpazione ma per eterna generazione e pertanto buono come Suo Padre e in tutto uguale a Lui, seguendo la Tua condizione, entrò nelle Tue viscere e così Tu lo hai reso schiavo; ma schiavo che ci ha restituito la libertà e ci emancipò dalla schiavitù di satana. “Affinché fossimo liberi, Cristo ci ha dato la libertà.”(Gl 4,31).
Ti rendo grazie, o Signore, che per liberare gli schiavi, sei entrato nel mondo in forma di schiavo; e rendo grazie anche alla Vergine Maria che fu lo strumento della Sua schiavitù; che disse e confessò, Lei stessa, di essere schiava al punto di dover concepire.”
(dagli scritti di Juan de los Angeles.)
(Carlo)

martedì 24 dicembre 2019

ATTUALITA'


IN ASCOLTO DEL CROCIFISSO
Ogni anno ritorna la polemica relativa al Crocifisso che, secondo i nemici della fede, turba le menti degli appartenenti alle religioni non cristiane. Guardo un Crocifisso e penso al messaggio scioccante che proclama al mondo. E’ silenzioso, di un silenzio carico di alti significati; un silenzio che non può non essere ascoltato e recepito positivamente. La prima persona a lamentarsi pubblicamente è stato a suo tempo un povero sprovveduto di nome Abel Smith, il quale ha dichiarato in televisione che il Crocifisso non è adatto alle scolaresche perché la sua visione scioccante impaurisce i bambini e perché coloro che non appartengono alla Religione Cattolica, non debbano sentirsi a disagio.
Lui si professa mussulmano ma, a dispetto del nome è, purtroppo, italiano ed è cresciuto nel cristianesimo, abbandonandolo poi, senza averlo compreso, per la religione mussulmana.
Contemplo ancora quel Crocifisso, quel Corpo immerso nella sofferenza più totale, circonfuso però di un’immensa serenità. Quando si guarda un’opera d’arte, al di là della scena che rappresenta, si cerca di scorgere la visione intima dell’artista e il messaggio che l’Autore abbia voluto comunicare. Come non scorgere, quindi, il messaggio d’amore che il Crocifisso “grida” al mondo il quale cerca,incomprensibilmente, di ignorare!
Un Dio ci dona, con la creazione, un’esistenza felice;  è un buon Padre che desidera per noi ogni bene, ma noi, sobillati da colui che conosce il nostro lato debole, accettiamo il maligno consiglio e rifiutiamo la Sua bontà, disprezzandola. Il meritato castigo, potrebbe essere eterno, ma ancora una volta, la bontà infinita ha ragione dell’ira e quando viene il momento ottimale, Egli si incarna nell’Uomo per attuare la Sua Redenzione. L’uomo, sempre sobillato dal nemico, cerca di impedire che si svolga quest’Opera grandiosa, gravando sempre più “il bastone dell’aguzzino”  fino a quel parossismo di male che il Crocifisso sembra rappresentare sulle Sue carni martoriate. Il nemico però, non sa che, proprio attraverso la sofferenza, viene realizzata la Redenzione degli uomini, di tutti gli uomini, cristiani e non. Il Crocifisso è universale, è la riconciliazione di Dio con gli uomini, è la loro speranza, perché dall’alto della Sua Croce, dice che qualsiasi peccatore ormai non può più disperare, perché un Dio ha scontato tutti i suoi peccati, passati, presenti  e futuri e lo perdona (ovviamente se si pente), riammettendolo nel Suo Regno di gioia.
Quindi il Crocifisso trasmette un messaggio di speranza e di gioia per tutti gli uomini a qualsiasi razza o religione appartengano e non ha alcuna attinenza col “cadavere” di cui lo sprovveduto Abel Smith ha parlato. Gesù è risorto, quindi è vivo e attende anche lui, povero miscredente, quando capirà il suo grande errore.
(Carlo)

domenica 22 dicembre 2019

SPIRITUALITA'


LETTERA ALL’AMICO GIUSEPPE CHE NON CREDE
Caro Giuseppe,
ho molto pensato al nostro recente colloquio ed ho creduto bene scrivere ciò che avrei voluto dirti a voce, ma non mi è stato possibile. A volte, anche se si ha intenzione di rispondere subito, è meglio meditare ed esporre il proprio pensiero dopo aver riflettuto.
Il tema che mi sono proposto, è uno dei più ardui per l’insipienza umana: -L’amore di Dio per l’uomo-
Questo amore ha una profondità ed un’estensione infinite. E’ troppo grande perché l’uomo possa comprenderlo interamente e non è certo da meravigliarsi, perché è grande quanto un Dio.
Però, questo amore possiede, per sua stessa natura, la “necessità” di comunicarsi all’oggetto verso il quale è diretto. In questo caso, l’uomo. Perciò, non può rimanere nascosto e senza partecipazione, cosicché l’uomo, povero essere vivente, anzi, vegetante nel buio più profondo, relegato e sprofondato in un abisso disperante nel quale lui stesso ha deciso di sprofondare, viene sollecitato ad un patto, ad una Alleanza, tesa a salvarlo dal suo orgoglio distruttivo. Ecco la situazione dell’uomo lontano dal suo Creatore, staccato dalla linfa vitale! Anche oggi avviene questo per  ogni uomo ; non è storia del passato, è terribile attualità; a volte questa tragedia, l’uomo la prova più di una volta nella vita!
Quando l’uomo prova a staccarsi dal suo Creatore, sprofonda sempre più nel fango ed è incapace di risollevarsi con le proprie forze poiché, non ricevendo più la Grazia, è una foglia nella tempesta.
Egli, privo del bene, cade inevitabilmente nel male il quale, lungi dal procurare agi, è capace solo di procurare altro male perché la sua stessa essenza  è l’odio. Dal male è possibile attingere solo male!
Dio, quindi, è Colui che ha pietà delle miserie umane e, per primo, tende le mani all’uomo peccatore.
E’ possibile capire quanto disti la purezza divina dall’impurità umana? E’ possibile capire quanto grande sia l’Amore divino per noi, tale da volerci per Sé, mentre ci trovavamo nel profondo? E’ possibile soppesare un tale amore che, dimentico di tutte le infinite offese, ha perdonato e si è immolato per noi?
Proviamo a meditare su quella che è stata definita la “pazzia di Dio”. Certo, nessun uomo persisterebbe tanto in un tale sentimento se l’altra parte fosse così infedele quanto lo siamo noi! Ma la Misericordia di Dio è grande quanto il Suo Amore. Per questo, l’uomo che disperasse del perdono, commetterebbe un grave peccato, perché sarebbe un’ulteriore offesa, disconoscendo la grandezza del Suo Amore. Come non piangere di commozione di fronte a tanta grandezza? Se ciò avvenisse tra uomini, pochi resisterebbero all’abbraccio e invece, trattandosi di un Dio, siamo capaci di rifiutare il Suo Amore per guadagnarci la perdizione! La vita umana è tutto un mistero, perché misteriose sono le nostre origini. Questa scintilla divina che Dio ha immesso in noi e che noi chiamiamo anima, non ha una dimensione materiale, ascrivibile a reazioni chimiche più o meno chiare. E’ un’entità che possiede la “coscienza” e racchiude tutto l’uomo,in un una dimensione che sta fuori del tempo e dello spazio; è una realtà spirituale che ci avvicina a Dio e che sembra infinitamente lontana da questo corpo carnale, nel quale è come prigioniera e in perenne lotta.
Dio, dunque, ci ha dato una parte che potremmo chiamare “personale” e l’ha accompagnata con la Grazia che permette di vivere in ogni istante in modo ottimale, seguendo la via che, come Padre amorevole ci indica. Conscio della nostra naturale debolezza, Dio scende tra gli uomini, ne condivide la sofferenza, pur essendo innocente e con delicatezza e amore, ci offre la Salvezza.
Cosa è l’inferno delle Reincarnazioni nella tradizione Buddista, se non la narrazione delle continue cadute dell’uomo e del suo risorgere ad opera della Misericordia divina? L’uomo pecca e soffre a causa del suo peccato, poi si pente e ritorna nello stato di grazia, per poi ripeccare e così per tutta la vita.
Non è forse questa la rappresentazione dell’alternarsi della “ruota della vita”, del bene e del male, dell’ yin e dello yian, in una parola, degli opposti? Questa altalena è il retaggio del peccato originale che ha stravolto il piano di benessere a cui ci aveva destinato il nostro buon Creatore. Come rimediare?
Gesù ci ha portato la Buona Novella che avrebbe consentito di vivere, per così dire, nell’unica dimensione positiva. Gli effetti negativi del peccato originale, non possiamo più cancellarli, ma Gesù ci ha insegnato a servirci del male ricevuto e della sofferenza, per trasformarlo in merito ed ottenere ancora più Grazia; praticamente per dare la scalata al Cielo!
Ma tutto questo non è puro insegnamento teorico, dall’alto di una cattedra; Lui Stesso ha assunto la dimensione umana, ha insegnato tutta la vita, amando teneramente ogni uomo e alla fine ha sopportato tutti i mostri mali e, cosa orribile a pensare, ha acconsentito che gli stessi esseri che voleva salvare, riscoprissero il ruolo di carnefici, i quali hanno infierito e continuano ancora ad infierire, su un Dio che ci ama in modo tanto sovrumano! Ti sembra possibile percuotere il proprio benefattore?
Eppure, per un motivo o per un altro, lo facciamo tanto spesso!
 Dopo tanto patire Egli, con la Sua Risurrezione, ci ha lasciato in eredità la certezza che il bene vince sempre ed è eterno. Mentre il male e la morte, sono passeggeri, destinati a scomparire, nel Suo Amore senza limiti.

(Carlo)

SPIRITUALITA'


LA  BONTA’  DI  DIO
Il concetto della bontà di Dio, mi affascina e mi attrae in modo particolare. Come non essere riconoscenti a un Dio che viene in nostro soccorso, dimostrando tutto il Suo amore per noi?
Penso al nostro buio interiore, alla schiavitù delle nostre molteplici miserie, a tutto quel male che condiziona ogni nostro comportamento e che senza un freno, va inesorabilmente verso il baratro dell’autodistruzione. Sì, autodistruzione, perché noi non possiamo sopportare una vita completamente negativa, una vita completamente priva di ogni scopo, una vita solitaria, mortale.
Il nostro impulso, il nostro desiderio, è vivere una vita gioiosa, fatta di condivisione e di realizzazione, ma tutto questo, come potrebbe avvenire nel nostro buio interiore, nel nostro deserto, incapaci di portare buoni frutti? Sì, perché il monopolio del Bene, il Bene personificato, l’unico Sole capace di rischiarare il nostro cammino e di scaldare il nostro cuore, è solo l’amore di Gesù.  Senza di Lui è notte, notte fonda, freddo glaciale, delirio di solitudine e di abbandono, pianto infinito ed eterno, disperazione totale.
Egli ci ha amati per primo, ci ha amati quando ancora eravamo peccatori, quindi offensori della Sua Maestà; ci ha amati nonostante il nostro peccato di origine e ci ha aperto le Sue braccia per accoglierci nel Suo Cuore Misericordioso. Ha avuto pietà della nostra disperazione e ci ha accolti presso la Sua Luce Paradisiaca, saziandoci di amore e di ogni bene. Diceva S.Agostino: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dal Tuo Amore?” Lo squisito amore di un Padre –Pastore che veglia sul ritorno del figlio fuggiasco o va in cerca della pecorella smarrita, ci può lasciare indifferenti? Ma non è Egli la nostra vita, tutta la nostra vita, l’unico scopo possibile e desiderabile?
E’ possibile preferire l’Inferno al Paradiso?
( Carlo)

mercoledì 4 dicembre 2019

SPIRITUALITA'


DINAMICA  DEL  CONCILIO  VATICANO  II
(Una parziale chiave di lettura)
Quando Monsignor Roncalli fu eletto Papa col nome di Giovanni XXIII° non si pensava che lui, ritenuto conservatore, avrebbe preso un’iniziativa come quella di indire, alla sua tarda età, un nuovo Concilio.
Lui asseriva che l’idea gli fosse balenata all’improvviso, ritenendola un segno celeste.
Lo scopo dichiarato per tale Concilio, era quello dell’unione di tutti i cristiani nell’unità della Chiesa; è per questa ragione che lo si è chiamato “ecumenico”. Certo, lui stesso, dopo aver messo in moto un tale gigantesco meccanismo, non conosceva il modo per farlo funzionare né le sue probabili conseguenze.
Molte delle scoperte del mondo scientifico del passato, sono state fatte al di fuori della Chiesa e, talvolta, addirittura contro. Questo Concilio doveva servire a pre-adattare la Chiesa ai nuovi tempi, inaugurando un periodo di conciliazione, riconciliazione, di accordo e di pace attraverso il dialogo con tutti.
Però “la crisi postconciliare coincide con una crisi universale del mondo nel quale tutto è ormai instabile, trascinato da un tempo che procede a ritmo accelerato e che sembra preparare il terreno per un grande avvenimento che ci è ancora sconosciuto.” (J. Guitton)
L’intenzione del Pontefice, era quella di creare uno strumento della comunità, destinato a mantenere, purificare e promuovere la Fede. Negli anni precedenti il Concilio, le verità espresse dalla Chiesa, erano proposte in formule consacrate (catechismo S.Pio X etc) e avevano la caratteristica di essere definitive e soltanto i cattolici ne detenevano la loro purezza.
I nemici della Chiesa definivano questo atteggiamento come intollerante, ignorante, stupido e odio per l’uomo. In quegli anni sembra verificarsi un cambiamento di comportamento, denunciando il rispetto per la persona umana, un nuovo liberalismo, tanto che molti cattolici davano l’impressione di ammirare le dottrine opposte. Per esempio, viene sostenuto che gli ortodossi e gli anglicani, posseggano lo spirito dei Padri, il senso della collegialità, molto più dei cattolici; che i buddisti abbiano più capacità della vita spirituale e che, infine, gli atei coltivino in misura maggiore, l’amore per l’uomo.
In questo modo, il cattolico perde fiducia nella propria credenza e diminuisce quella pace, quella sicurezza di possedere la gioia che nessun’ altro possiede. E allora la Chiesa parla sempre meno di quei misteri oscuri quali il giudizio dopo la morte, il senso del peccato, la necessità del sacrificio (i fioretti), il prezzo della Redenzione; tutti temi che rischiano di scioccare i nostri contemporanei e allontanarli dalla Fede.
Una volta le conversioni, come le missioni, volte al raggiungimento della Salvezza di tutti gli uomini, possedevano, agli occhi del credente, una qualche prova che convalidava la Fede, ma ora questo, per alcuni, costituisce un senso di imbarazzo, specialmente dopo che i nemici l’abbiano stigmatizzato come una inespressa volontà di predominio. Se consideriamo la nostra fede un simbolo, una verità approssimativa, luce mista ad ombra, perché voler condurre l’altro al nostro punto di vista? Ecco da cosa deriva la caduta di interesse per la conversione dell’altro!  Quando si è persa la certezza che una Dottrina sia vera, allora ci si ripiega su un ideale più verificabile come quello di far cessare l’ingiustizia e le disuguaglianze del mondo, prendendo coscienza che la libertà del cristiano si realizzi nella lotta per la sua liberazione.
Esistono due tipi di verità: le verità di tipo verticale e quelle di tipo orizzontale. Quelle verticali sono difficili come portare la propria croce, mentre quelle orizzontali, ci spingono ad amare noi stessi e gli altri.
Amare Dio è un richiamo verticale; amare il nostro prossimo, è un richiamo orizzontale.
Noi non riusciamo a capacitarci di voler amare Dio con certezza perché Lui ci è nascosto, ma l’amore verso il prossimo ce ne fornisce la prova. Soltanto chi crede, prega, adora, può compiere l’atto verticale. L’ateo ama semplicemente l’uomo.
Nei tempi passati, la Chiesa aveva prediletto le verità verticali, trascurando quelle orizzontali. Pensiamo a come, nella Chiesa ante Concilio, veniva considerato il matrimonio il cui scopo principale era la procreazione. Il Concilio, invece, ha riscoperto l’amore che fa parte delle verità orizzontali.  Inoltre, nella Messa, considerata un vero Sacrificio incruento, ci si era dimenticati che la Messa è anche comunione dei cristiani fra loro; quest’ultima può essere considerata verità orizzontale.
Il Concilio, inoltre, insiste sul peccato personale che non è del tutto estraneo a quello collettivo, cosicché ci sentiamo tutti peccatori. Una volta l’attenzione della Chiesa si rivolgeva soprattutto ai peccati della carne, ma dopo il Concilio, il criterio usato per classificare gli eletti e i dannati, è quello della partecipazione ai bisognosi come riporta il Vangelo: “Ho avuto sete e tu non mi hai dato da bere…”
D’altro canto “ nella misura in cui si attenua il senso del peccato, si attenua di pari passo anche il senso della Redenzione” (J.Guitton) Oggi c’è il pericolo di invertire le verità verticali e confonderle con quelle orizzontali. Se questo accadrà, Dio non voglia, rischieremmo di abbandonare l’essenza della Fede, conservando solo l’aspetto esteriore. Infatti , capovolgendo le due entità, non più l’amore dell’uomo per l’uomo deriva dall’amore di Dio, ma l’amore dell’uomo per Dio diventa un simbolo  dell’amore dell’uomo per l’uomo; questa sarebbe la strada che conduce ad uno svuotamento della vera Religione poiché la riunione dell’uomo con l’uomo, diverrebbe la sola Religione. La vera fede sarà il lavoro, la fabbrica sostituirà la Chiesa. “Per la Chiesa cattolica, questo è uno dei pericoli più subdoli che abbia mai corso e cioè la sostituzione di una religione di tipo umano a una di tipo divino, senza che si verifichi alcun cambiamento dall’esterno, ma solo una trasformazione quasi insensibile.” (J.Guitton) Insistendo solo sull’uomo, la gente comune finirebbe per domandarsi se i misteri della Religione abbiano poi un significato reale. In realtà basta lo spazio di una generazione durante la quale imperversi l’indottrinamento e la propaganda, per cambiare gli ideali di un popolo intero.
Non appena la verità viene soffocata, viene subito sostituita da un’altra verità che ha l’apparenza di assomigliarle ma che invece è il suo opposto:  la materia, il corpo, la politica, uno sviluppo della potenza, il trionfo della forza. E in questa atmosfera diviene sempre più difficile affermare una verità immutabile, eterna che costituisce il nucleo della Religione quale l’hanno annunciata i Profeti e soprattutto Gesù che afferma : “Io sono la Via, la Verità e la Vita.”
(elaborazione da: “Che cosa credo” di Jean Guitton)
(Carlo)

lunedì 4 novembre 2019

SPIRITUALITA'

UNO SGUARDO SULLA MADONNA- 2°PARTE

La festa di Cana
La festa nuziale che si svolse a Cana, otto Km a nord di Nazareth dove abitava Maria e durò, come di consuetudine, tutta una settimana. Durante il banchetto, Maria si accorge della mancanza del vino, poiché si suppone che prestasse aiuto agli organizzatori. Quindi, rivoltasi al Figlio, Lo informa che non c’è più vino. Gesù Le risponde:”Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la Mia ora” (Gv 2,4). Questa parola “Donna”, dai greci e dagli orientali del tempo, designava la persona più cara e degna di rispetto ed era sinonimo di “Signora”. Nonostante Gesù avesse stabilito di iniziare la Sua missione più tardi, tuttavia esaudisce il desiderio di Maria la quale interpretando lo sguardo del Figlio, dice ai servitori di tavola: “Qualsiasi cosa (Gesù) vi dirà, fatela.” E Gesù dirà:”Riempite d’acqua le anfore.” Vi erano lì sei anfore di circa cento litri ciascuna che servivano per lavare le stoviglie e per le abluzioni di rito. Quando il capo della cerimonia assaggiò l’acqua divenuta vino, si complimentò per il suo gradevole sapore.
Ottenendo il miracolo, Maria risparmiò un’afflizione agli sposi, ma soprattutto i discepoli di Gesù “credettero in Lui” (Gv 2,11). Gesù ha compiuto i primi due miracoli per la mediazione di Maria; il primo fu la santificazione di Giovanni il Battista, il secondo, alle nozze di Cana.
I Vangeli parlano ripetutamente di Maria , Madre di Gesù, di Maria sposa di Cleofa e dei “fratelli” di Gesù.
Si presuppone, poiché di due non si parla più, che sia Giuseppe  sia Cleofa siano morti al tempo della vita pubblica di Gesù, che le due famiglie si siano unite abitando insieme. I supposti “fratelli” di Gesù, dei quali  Matteo riporta i nomi, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda, erano i figli della coppia Maria e Cleofa, quindi i cugini di Gesù. L’Evangelista Giovanni sottolinea che “stavano presso la Croce di Gesù, Sua Madre, la sorella di Sua Madre, Maria madre di Cleofa e Maria di Magdala.” (Gv 19,25).
 Dopo la Pentecoste
La sera stessa della morte di Gesù, Giovanni prese Maria nella sua casa. Cinquanta giorni dopo la Pasqua, mentre i discepoli erano riuniti in preghiera insieme a Maria nel Cenacolo, lo Spirito Santo scese su di loro in forma di lingue di fuoco. Da allora i discepoli iniziarono la loro testimonianza pubblica, ignorando tutti i pericoli che essa comportava. Secondo una tradizione non confermata, Giovanni si sarebbe trasferito portando con sé Maria, ad Efeso ove Ella avrebbe concluso i Suoi giorni. Però la cosa non appare credibile perché questo significherebbe che Maria avesse raggiunto circa novant’anni di età e che Giovanni la lasciasse sola mentre svolgeva la sua missione apostolica in altre regioni. 
La missione di Maria Santissima
Maria è stata predestinata e chiamata da Dio ad essere:-Madre di Gesù, vero Dio e vero Uomo; Corredentrice; Mediatrice; Madre universale; Madre della Chiesa.
Madre di Dio. L’Angelo Gabriele, nel Suo annuncio, non dice:”Colui che nascerà in Te” ma “da Te” (Lc 1,35), perché si sapesse  che Colui che Ella dava al mondo, aveva origine proprio da Lei. Una importante conferma la darà S.Elisabetta con il suo saluto: “A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?”
L’Espressione Theotokos (Madre di Dio) appare già nel terzo secolo in questa preghiera: “Sotto la Tua protezione, cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.”
Nel Concilio di Calcedonia del 451, si ribadisce che Gesù possiede due nature, quella divina e quella umana, nature che sono indivise e inseparabili.
Corredentrice.  La corredenzione attribuita a Maria, secondo i Teologi può essere remota o mediata se si esaurisce tutta in un atto redentivo di Cristo, una volta per tutte; può invece essere prossima o immediata, se si estende, anche se in modo secondario e subordinato, all’atto redentivo di Cristo e al Suo sacrificio con il quale meritò la Redenzione dell’umanità. In questo modo i meriti di Cristo uniti a quelli di Maria, costituiscono un solo principio totale di Salvezza. La maggioranza dei Teologi propende per  quest’ultima tesi. I Protestanti negano a Maria qualsiasi cooperazione estraendo questo concetto dallo scritto di S.Paolo:”Uno solo è Dio e uno solo anche il Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Gesù Cristo, che ha dato Sé stesso in riscatto per tutti” (1 Tm 2,5-6). A questa asserzione si risponde che la cooperazione di  Maria alla Redenzione, non riguarda Sé stessa ma gli altri. Cioè, Cristo ha redento Maria (Lei è stata la prima) nel primo istante della Sua Concezione, in vista dei meriti di Cristo, preservandoLa  dal peccato originale.
Quindi ha reso Maria idonea ad essere Cooperatrice secondaria e subordinata all’opera  redentiva del Figlio.
Nel Protovangelo, l’interpretazione data dalla Bolla “Ineffabilis Deus” di Pio IX si richiama alla versione della Vulgata, dichiarata autentica dal Concilio di Trento del 1506 e il suo valore è dogmatico, nella quale si legge: ”Porrò inimicizia tra te e la Donna e tra il tuo seme e il seme di Lei. Essa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno.” Il testo ebraico e la versione in greco attribuiscono al Messia la vittoria sul serpente: “Io porrò  inimicizia tra te e la Donna, tra la tua stirpe e la Sua stirpe: questa (cioè il Messia) ti schiaccerà la testa.” (Gn 3,15) Quindi, mentre la versione ebraica mette in evidenza l’azione di Gesù Cristo, la Vulgata mette in evidenza la cooperazione di Maria (la Donna) alla Redenzione operata da Gesù. Del resto Maria è sempre presentata come la nuova Eva, riparatrice della prima Eva, come Gesù è presentato come il nuovo Adamo.
“Una vergine, un legno e la morte, furono i simboli della nostra sconfitta. La vergine era Eva; non aveva infatti ancora coabitato col marito. Il legno era l’albero. La morte, la pena di Adamo. Ma ecco ancora una vergine, un legno e la morte, già simboli della sconfitta, diventare ora simboli della sua vittoria. Infatti al posto di Eva c’è Maria, al posto dell’albero della scienza del bene e del male, c’è l’albero della Croce, al posto della morte di Adamo, la morte di Cristo.” (S.Giovanni Crisostomo. 350)
Molti Papi hanno creduto alla cooperazione prossima e immediata di Maria Santissima alla Redenzione. Papa Pio X scrive nell’Enciclica  “Ad diem illum” del 1904 : “La conseguenza di questa comunione di sentimenti e di sofferenze fra Maria e Gesù è che Maria divenne legittimamente degna di riparare l’umana rovina…Maria supera tutti nella santità e nell’unione con Gesù Cristo ed è stata associata da Gesù Cristo nell’opera della Redenzione.” Anche Papa Benedetto XV nella lettera apostolica “Inter sodalicia” del 1918 scrive:”La Beata Vergine, non senza un divino disegno fu presente alla crocifissione del Figlio e che talmente patì e quasi morì col Figlio Suo che pativa e moriva, talmente abdicò ai Suoi diritti materni sul Figlio per la salvezza degli uomini e immolò il Figlio, per quanto a Lei spettava per placare la Giustizia di Dio, da potersi dire con diritto, che Essa ha redento con Cristo il genere umano.”
Anche nel discorso radiodiffuso del 1933, Papa Pio XI invocava Maria col titolo di Corredentrice: “O Madre di pietà e di Misericordia, che fosti presente come compaziente e Corredentrice presso il Tuo dolcissimo Figlio nell’atto in cui compiva la redenzione del genere umano…conserva e aumenta continuamente in noi, te ne preghiamo, i preziosi frutti della Redenzione e della Tua compassione.”
Nell’Enciclica “Mystici Corporis” del 1943, Papa Pio XII scrive: “Fu Maria che, immune da ogni macchia, sia personale sia ereditaria e sempre strettamente unita col Figlio Suo, Lo offerse all’Eterno Padre sul Golgota facendo olocausto di ogni diritto materno e del Suo materno amore, come novella Eva, per tutti i figli di Adamo contaminati dalla miseranda prevaricazione di lui…sopportando con animo forte e fiducioso i Suoi immensi dolori, più di tutti i fedeli cristiani, da vera Regina dei Martiri, compì ciò che manca dei patimenti di Cristo a pro del Corpo di Lui, che è la Chiesa.”
Nell’Esortazione apostolica “Marialis cultus” del 1974 Papa Paolo VI scrive: “L’unione della Madre con il Figlio nell’opera della Redenzione, raggiunge il culmine sul Calvario dove Cristo “offrì  Sé stesso quale Vittima Immacolata a Dio” (Eb 9,14), soffrendo profondamente con il Suo Unigenito e associandosi, consenziente, all’immolazione della Vittima da Lei generata e offrendoLa anch’Ella al’Eterno Padre.”
Papa Giovanni Paolo II nell’Udienza generale del 1997 dice chiaramente:”…Solamente Lei (Maria) è stata associata in questo modo al’offerta redentrice che ha meritato la Salvezza di tutti gli uomini…Alla Vergine Santa possiamo dunque rivolgerci con fiducia, implorandone l’aiuto, nella consapevolezza del ruolo singolare a Lei affidato da Dio, il ruolo di Cooperatrice della Redenzione da Lei esercitato in tutta la vita e, in particolare, ai piedi della Croce.”
(Elaborazione da:”Maria Santissima “ di Marcello Morgante)
(Carlo)                                                                                                                (2° Parte)

SPIRITUALITA'


UNO SGUARDO SULLA MADONNA
Conosciamo i nomi dei genitori di Maria Santissima da un Vangelo apocrifo, il Protovangelo di Giacomo del secondo o terzo secolo. Secondo questo Vangelo i genitori di Maria si chiamavano Gioacchino ed Anna; inoltre, il luogo di nascita sarebbe Gerusalemme. Questa volta abbiamo una conferma indiretta lasciataci in alcuni scritti del quinto e settimo secolo con i quali veniamo informati che l’Imperatrice Eudossia ha eretto, in onore di Maria, una Basilica localizzata nei paraggi della piscina di Bethsaida a nord di Gerusalemme nel 400 circa. In oriente, la festa della Natività di Maria divenne sempre più importante; Andrea, Vescovo di Creta, nel  660 Le dedicò queste belle parole: “Questo giorno (della nascita di Maria) è il giorno in cui il Creatore dell’universo, ha costruito il Suo Tempio; oggi il giorno in cui, per un progetto stupendo, la Creatura diventa la dimora prescelta del Creatore.”
In occidente, tale festa fu introdotta nel settimo secolo. Sempre secondo il predetto Vangelo, Maria, all’età di tre anni, fu consegnata al Tempio ove visse fino ai 12 anni. Evidentemente quì fu formata alla conoscenza della Legge secondo l’ortodossia ebraica.
La festa della Presentazione al Tempio, fu introdotta nel nono secolo nei Monasteri orientali, ma fu solo nel 1585 con la Bolla “Intemeratae” di Papa Sisto V, che tale festa fu assimilata nel Calendario Liturgico e celebrata ogni anno il 21 novembre.
Nell’Annunciazione, l’Angelo Gabriele chiede a Maria di conformarsi al piano divino, concependo un Uomo con la collaborazione dello Spirito Santo.  Maria, istruita dagli studiosi del Tempio, conosceva certamente la Profezia di Isaia relativa a “Una Vergine concepirà e partorirà un Figlio che chiamerà Emmanuele.” (Is 7,14), ma non conoscendo il “come avverrà questo poiché non conosco uomo” (Lc 1,34), lo chiede all’Angelo il quale dà ulteriori spiegazioni, dopo le quali Maria risponde: “Ecco la schiava (Doùle) del Signore, avvenga di Me come Tu hai detto” (Lc 1,38) La traduzione esatta dal greco del termine doùle è infatti schiava e indica una condizione molto inferiore a quella di una serva, termine che non esisteva a quei tempi nei quali vigeva la condizione di schiavo o liberto. Lo schiavo doveva sottomettersi  incondizionatamente alla volontà del padrone.
Poiché lo Spirito Santo aveva ispirato a Maria la scelta della verginità, in vista del Mistero dell’Incarnazione, è ben fondato ritenere che abbia suscitato anche in Giuseppe, il proposito della verginità.
La comunione d’amore di Maria e Giuseppe, pur costituendo un caso specialissimo perché legato all’Incarnazione, è stato un vero matrimonio e quella di Giuseppe, anche escludendo la generazione fisica, fu a tutti gli effetti una  paternità reale, non apparente.
Come sappiamo, la proposta dell’Angelo è stata accolta eroicamente da Maria la quale conosceva bene i testi profetici relativi al Messia che sarebbe stato perseguitato, calunniato, schernito e trattato come un verme, infamia degli uomini e rifiuto del Suo popolo. In questi attimi di sospensione si inserisce il discorso di San Bernardo : “L’Angelo aspetta la risposta…Aspettiamo o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione…Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle  Tue ginocchia: dalla Tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la Salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano. Perché tardi? Perché temi ? Nella Tua umiltà prendi audacia, nella Tua verecondia prendi coraggio. Apri, Vergine beata, il cuore alla Fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore”.
Dopo la partenza dell’Angelo che informava Maria della miracolosa gravidanza della cugina S.Elisabetta, si appresa a raggiungerla  ad Aim Karim distante 150 Km da Gerusalemme.
Dalla meravigliosa  preghiera del “Magnificat” si può dedurre che Maria era solita pregare con i Salmi e i cantici dei Profeti.
Poiché Giuseppe non chiede a Maria spiegazioni della Sua gravidanza, possiamo immaginare che ritenesse  questo un Mistero divino da accettarsi senza discutere. Maria, dal canto Suo, pur soffrendo per l’angoscia del Coniuge che meditava un suo allontanamento, non Gli svela il segreto della gravidanza perché l’Angelo non Le aveva detto di manifestare ad altri questo prodigio. Maria dunque, rispetta il silenzio di Dio e Giuseppe il silenzio di Maria, dando così, entrambi, un eroico esempio di totale abbandono alla volontà del Signore.
La nascita di Gesù
Gesù è nato a Betlemme di Giudea dove Giuseppe si era recato per il censimento voluto da Cesare Augusto. Giuseppe, infatti, discendeva da Davide (Mt 1,20)  il quale era nato a Betlemme (2 Samuele ,12) come aveva predetto il  Profeta Michea ove sarebbe nato il futuro Messia. (Mi 5,1 e Mt 2,6): “E tu, Betlemme di Efrata, così piccola  per essere tra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà Colui che deve essere il dominatore in Israele”.
I pastori furono i primi a ricevere l’annunzio della Buona Novella, pur essendo considerati dagli Scribi e dai Farisei una popolazione povera, sporca, che non osservava le norme igieniche allora in uso e la cui testimonianza non era valida nei tribunali. E’ stato invece riservato ai pastori, appunto perché poveri, emarginati e disprezzati, il privilegio di conoscere per primi la Buona Novella: “Oggi è nato per voi il Salvatore. “ (Lc 2,11) I poveri, quindi, sono più consapevoli, per la loro disagiata condizione di vita, di aver bisogno della Salvezza, cioè da ogni sorta di male e perché il disprezzo o l’indifferenza dei ricchi, li può portare a sperare e a credere soltanto nell’aiuto divino. Gesù stesso, nella Sinagoga di Nazareth, commentando il passo di Isaia da Lui stesso letto dice:”Lo Spirito del Signore è su di Me…e mi ha mandato ad annunciare il Vangelo ai poveri”. (Lc 4,18 e Mt 11,25).
Quando Giuseppe e Maria portarono Gesù al Tempio per offrirlo al Signore, secondo la Legge ebraica che prescriveva che ogni primogenito dovesse essere presentato al Tempio entro 40 giorni dalla nascita, il vecchio Sacerdote Simeone fa alcune profezie sul futuro, dicendo che questo Bambino è venuto “per la rovina e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione.”(Lc 2,34)
Gesù, infatti, “venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio. “(Gv 1,11-12) Gesù dunque, per gli uni è segno e sorgente di risurrezione e di salvezza, per gli altri che Lo rifiutano è “laccio e pietra di inciampo” (Is 8,14—Gv 3,18—Mt 13,57—Rm 9,32). Inoltre Simeone preannunzia  a Maria che una grande spada Le trafiggerà l’anima perché soffrirà moltissimo; Maria però non si turba perché, conoscendo le Sacre Scritture, sa bene quale destino attende il Messia. Maria dunque, sapendo che Suo Figlio Gesù sarebbe stato “l’uomo dei dolori” (Is 53,3) sapeva anche che era chiamata ad essere la “Madre Addolorata”.
Il re Erode che regnò in Palestina dal 714 al 750 dalla fondazione di Roma, quando scoprì dai Magi che era nato il Salvatore di Israele, tentò in tutti i modi di liberarsi del Rivale e concepì l’orrendo crimine di uccidere tutti  i maschi nati in quel periodo. Sono noti i comportamenti gelosi, malvagi e sanguinari di Erode. Basti ricordare che fece uccidere sua moglie, tre suoi figli, suo fratello e che anche, per soli sospetti, condannava a morte i suoi migliori amici come ben sappiamo dallo storico Giuseppe Flavio.
Per sfuggire alle mire assassine di Erode, un Angelo spinge Giuseppe a partire in tutta fretta alla volta dell’Egitto; questo viaggio, assai disagevole, durava almeno sette giorni e Maria compiva la volontà di Dio aderendo alla decisione di Giuseppe, senza conoscere le future conseguenze. Morto Erode, un Angelo apparve in sogno a Giuseppe e gli disse di tornare in Israele. Però Giuseppe, saputo che sul trono del padre regnava  Archelao, figlio di Erode, per sicurezza si trasferì a Nazareth, realizzando l’antica profezia che asseriva che il Messia si sarebbe chiamato Nazareno. (Mt 2,23)
Tra gli ebrei, quando un bambino raggiungeva il dodicesimo o il tredicesimo anno, diveniva “figlio della Legge”, pertanto doveva osservare i tre Precetti annuali: Pellegrinaggio a Gerusalemme per festeggiare la Pasqua (Passaggio) a ricordo del passaggio dalla schiavitù egizia verso la Terra promessa; la festa di Pentecoste (50 giorni dopo Pasqua) per ringraziare Dio delle primizie dei raccolti; la festa delle “Capanne” (sei mesi dopo Pasqua), per ringraziare Dio al termine del raccolto delle messi. (Es 23,17—Dt 16-17).
Gesù quindi, ligio alla Legge, quando ha 12 anni entra nel Tempio e legge un brano relativo alla profezia del Messia, dichiarandone la realizzazione in Lui.
A trenta anni, Gesù inizia la Sua Missione pubblica, lasciando la casa materna. Infatti scende da Nazareth verso la valle del Giordano ove si fa battezzare da Giovanni il Battista. Quindi si ritirerà nel deserto per 40 giorni per poi scegliere i Suoi Apostoli.
Poiché Maria si reca alle nozze di Cana senza Giuseppe, si suppone che egli fosse già morto. Questa morte prematura, ha privato Maria dell’unico sostegno umano sul quale avrebbe potuto contare nei giorni per Lei dolorosissimi della Passione e Morte di Gesù.
(Elaborazione da: “Maria Santissima”  di Marcello Morgante)
(Carlo)                                                                                                (1° Parte)